Cose di questo mondo [Civati]

civatiPippo Civati che è passato negli anni da “La sinistra e il PD da oggi in poi” a “Non mi adeguo”, oggi elabora una nuova tesi che appartiene, più che altro, alla teoria dei mondi possibili e cioè:  “potessi farlo liberamente, senza mettere in discussione i rapporti con il Pd, voterei no, ma proprio no“;  no, perché se “io non dovessi votare un governo che ha una legittimazione interna al Pd dovrei uscire dal partito“; “ma non esco io perché sarei la pira umana come Giordano Bruno“.
E’ quanto è stato detto davanti a mille civatiani in assemblea a Bologna.
Attenzione, per arrivare a questa ardita tesi Civati scomoda pure il “suo popolo” con un sondaggio on line sul suo blog.
Le domande che Civati faceva ai suoi erano:
La fiducia al governo Renzi
1) Va votata
2) Va votata per far nascere il Governo, ma va condizionata a una verifica in tempi brevi
3) Non va votata
4) Meglio astenersi o non partecipare al voto
Ecco i risultati (riferiti soltanto agli elettori di Civati):

Si capisce subito che i NO sono il numero maggiore ma Civati che fa? Somma i risultati “votare SI” e “votare SI ma con fiducia” (praticamente realizzando un’alleanza tra le risposte) e decide che forse è meglio votare la fiducia al governo.

Ecco, è proprio un vizio di quelli del PD fare primarie, chiedere pareri e poi cambiare le carte in tavola task list software.

La scuola che ci meritiamo

numeriChissà perché ogni volta che vado a prendere un caffè alla pasticceria Salza di Pisa, non mi viene in mente niente della scuola, sarà che non prendo il tè o che non mi intervistano, fatto sta che l’idea di Carrozza mi ha fatto correre un piccolo brivido lungo la schiena. Sono quei piccoli e stupidi brividi che per un attimo m’impensieriscono: non è la febbre e neanche il freddo o la stanchezza ma un pensiero anzi, una preoccupazione.
Mentre discuto su Facebook con un’amica ho pensato a come si intervistassero tra loro Gentile e Lombardo Radice tra il 1922 e il 1923.
La scuola è una brutta rogna e ne sanno qualcosa tutti i precari, gli abitanti delle graduatorie a macchia di leopardo, i docenti, gli studenti e tutti quelli che nel bene o nel male ci girano intorno anche solo collateralmente nel periodo di vita scolastica dei propri figli. Ecco perché la Carrozza avrà pensato di chiedere a loro cosa ne pensano e come la vedono…
Non è proprio una gran cosa venirsene fuori con una customer satisfaction; invece che 10 domande sarebbero bastate 3 risposte chiare: un salto all’indietro a prima della riforma Gelmini (recuperando anche i tagli di quel genio di Monti) e intraprendere una via di uscita dai danni delle riforme di Berlinguer e della Moratti, e anche di D’onofrio.
E’ poco? Allora aggiungo che le università devono essere il luogo centrale della promozione di nuove risorse umane, in grado di diventare l’ossatura di un nuovo modello di sviluppo del nostro paese.

Era questa la scuola che ci meritavamo?

Totem e tabù del PD lucano

http://www.ateniesi.it/che-tempo-fa-nel-pd/#!prettyPhoto/0/
Vignetta di Zeno

Sara nel suo pezzo per il “Quotidiano”  sintetizza la situazione politica all’interno del PD lucano dopo il risultato delle primarie. La  partenza è il sindaco di Anzi e dirigente PD, Giovanni Petruzzi, che ha fatto una “pubblica” autocritica-accusa  delle  primarie fino a giungere al una parola chiave: “totem“. Peccato non faccia solo un altro passo avanti per definire il tabù che sorregge questo totem. Ma forse, in qualche modo, lo anticipa Pittella con il suo annuncio di  “primarie per tutti” (se avesse detto “chiù pilu pi tutti”  sarebbe stato come dire “15mila posti in 5 anni“).
E’ molto probabile che la forma figurata di questo tabù siano proprio le primarie.  Il problema non è se la  campagna primarista sia stata “giocata tutta su tattica e numeri” (non sarebbe certo una novità se ne parla da quando son nate le elezioni) ma il non riuscire a superare il tabù. Un po’ come quel  Kautsky che Lenin chiamò “rinnegato” perché sosteneva che i bolscevichi non avrebbero dovuto portare il proletariato al potere, ma soltanto favorire l’ascesa della borghesia liberale che avrebbe garantito la democrazia.
Forse qualcuno comincia ad infrangere quel vetro opaco che poco faceva intravedere la natura del mistero. Lo sa bene chi frequenta le chiese che i misteri non sono fatti per essere svelati, ne va del potere pastorale, quello che intercorre tra il gregge e il pastore.
Ora, in breve, qualcuno si chiede se quelle primarie “aperte” (cioè fuori dalla chiesa) siano uno strumento utile alla dottrina o soltanto una machiavellica  strategia da “quinta colonna”.
Se verità della fedele è lontana, la salvezza ultramondana lo è ancor di più.

Ci son cose che voi umani…

terminal_bus
[foto da La Nuova del Sud]
All’inizio di luglio è partito il nuovo terminal bus di via del Basento a Potenza.
Tra le polemiche sempre più accese, circa l’utilità e la funzionalità di tale opera, il TG Basilicata, oggi, lancia un servizio a cura di Nino Cutro, per misurare la temperatura del malumore.
Il buon giornalista, tra i tanti testimoni che si lamentano quasi all’unisono del traffico e della poca agibilità pedonale, coglie al volo la denuncia di un anziano signore il quale fa notare che il sottopassaggio ferroviario, al quale si accede attraverso una discreta gradinata, è sfornito di una passerella o di un qualunque sistema per facilitare l’accesso alle persone con limitata capacità motoria.
Ovviamente Cutro gira la domanda all’assessore allo Sport e Mobilità del comune di Potenza, Giuseppe Ginefra, il quale risponde con tranquillità e serenità (come solo i politici sano fare) che il sottopassaggio è stato ereditato dalle Ferrovie dello Stato e che il Comune al più presto provvederà a sistemare le cose.
In che senso?, avrebbe detto Verdone…
Ma se il comune è stato lì a lavorarci per mesi e mesi…. non sarebbe stato più ovvio pensarci subito, prima ancora di infilarsi la fascia e fare un’inaugurazione in pompa magna?
Ci son cose che voi umani….

Back to the past

dc-balena-biancaChe ne viene al PD di questo governo di centrodestra? Il centrodestra, appunto.
Le risposte sono tutte “interne” e per niente “esterne” così come non stanno per nulla in piedi le analisi di Speranza. Se le ragioni fossero state esterne il PD avrebbe tenuto in maggior conto la propria coalizione “Italia bene comune” e i proclami elettorali. Avrebbe accettato di trattare con il M5s, non per finta, anzi avrebbe preso al volo la proposta Rodotà  per avviare una qualsiasi trattativa (per esempio Prodi presidente della repubblica e Rodotà presidente del consiglio). Invece hanno scelto la strada, già segnata, della larga coalizione, scaraventando SEL all’opposizione; il tutto con grande coerenza rispetto ai vari giuramenti.
Non si pensi che il problema sia stata l’incapacità di Bersani nel non aver saputo costruire un governo di sinistra; se proprio si vuol riconoscere un ruolo all’ex segretario è quello di esser stato travolto dal peso delle correnti e di essere stato seppellito sotto la coltre centrodestrista: come nella bella immagine di Serra: “quelli di sinistra che odiano la sinistra”.
In sostanza quello che fu il “fattore K” per il PCI si è trasformato nel “fattore Dc” per il PD, ovvero una linea di gravitazione trasversale che attraversa un gran numero di partiti che siedono in parlamento.  Giustamente Cirino Pomicino definisce queste manovre governative di larghe intese come il ritorno della prima repubblica fatta dai giovani cresciuti nella balena bianca.
E questo è, nulla di più.

Due questioni e mezzo

bridging-the-gapCon i tre argomenti contro di Mantellini, i quattro contro e uno a favore di Giuseppe, la “controdemocrazia” di Giovanni e per finire con la sconfitta dei luddisti di Chiriatti si riavvia, almeno lato rete, la ciclica questione della forma dei partiti e dei loro sistemi di connessione.
Secondo me, e per rimanere in tema, le questioni sono due contro e mezza favore:
1) quali partiti.
Io avevo inizato a ragionarci un po’, e anche se in modo emozionale, prima delle elezioni e vorrei oggi affinare il tiro.
E’ bene chiarire subito, a scanso di equivoci, che quando parlo di partiti mi riferisco a quelli di sinistra che “dovrebbero” avere fissato nel loro DNA l’esigenza di un rapporto continuo e produttivo con quella che comunemente è definita “base”.
Dice bene Chiriatti che ormai i partiti fanno bonding invece di bridgin, anche se sbaglia la metafora iniziale perché paragona la democrazia alle religioni e la cosa non funziona giacché le religioni essendo teleologicamente indirizzate non necessitano di approvazione da parte dei suoi aderenti (e i suoi rappresentanti sono eletti solo perché scelti da dio); mentre la metafora del ponte funziona ma limitatamente al rapporto cittadini-partiti-Stato, perché, invece, tra i partiti e sui aderenti e/o simpatizzanti per anni si è sempre parlato di “cerniera” proprio per dare il senso di una distanza inesistente.
La democrazia di cui parliamo è quella in cui gli eletti rappresentano indirettamente i cittadini che dovrebbero, prima e dopo, recuperare forme dirette di rappresentanza (fatta eccezione per quella istituzionale come i referendum) proprio nel loro rapporto con il partito.
2) Con chi parla il partito?
Ora il problema è proprio qui: i partiti hanno dismesso il loro compito di far recuperare al cittadino il suo ruolo diretto semplicemente diluendo al massimo le forme di partecipazione diretta e, probabilmente, esagerando nel verticismo.
Ecco che ritorna la rete, il web, che a dispetto della sagoma a conchiglia del partito ridà voce alla “base” in forma di megafono; o, come l’ha definito qualcuno, come un tifo da stadio che condiziona la squadra.
Ma in che modo i partiti tengono conto di queste voci provenienti dal web? Forse quasi in niente. Se consideriamo che i partiti sono presenti soltanto come brand (sordi alle proposte) preoccupati unicamente del proprio marketing il cui ascolto, come dice Mantellini, spesso è affidato a un soggetto proveniente dai piani medio bassi della struttura.
Il paragone con le aziende, per esempio nel caso del PD, non è proprio peregrino dal momento che lo slogan “prima la ditta” fu la parola d’ordine scelta per salutare l’ex onorevole Antonio Luongo che ritirò la propria candidatura per fatti giudiziari.
2 ½) chi fa ascolto?
Se i partiti non ascoltano allora, forse, lo fa singolarmente qualche politico. Si forse, ma in che modo e come filtra non è dato sapere. Per esempio ho scoperto che mentre il sindaco della mia città che non rispondeva a nessuno, neanche alle richieste più educate sulla ZTL, il presidente della provincia tweettava direttamente e rispondeva personalmente quasi a tutti.
Allora la mezza, diciamo, è nella direzione di quello che Giuseppe indica come tecnologie che pur non determinano nulla (almeno fino ad oggi) “abilitano” all’uso.
E dove sta’ l’altra metà? Nel credere di più sia nel concetto di partecipazione diretta che nell’uso delle nuove tecnologie e, a tal riguardo, quello del Movimento 5 stelle non può che essere un esempio da “copiare” pari pari: dall’esperimento delle primarie e delle “quirinarie”, alle piattaforme del Meetup e di LiquidFeedback.

Voto il Movimento 5 stelle perché non è un partito

Ho tanti amici che cercano di convincermi a non votare per il Movimento 5 Stelle o, come dice la maggior parte, per Grillo. A quelli a cui ho detto che sono anni che non voto mi hanno risposto che avrei fatto bene a continuare così. E allora vi rispondo e vi sintetizzo le mie ragioni.

Innanzitutto fatemi premettere che il Movimento 5 Stelle (M5s) non è un partito è non ha ideologie “finalistiche” da difendere, ma solo una serie di obiettivi da raggiungere su cui si può concordare o meno. In secondo luogo sia il programma che le liste elettorali sono stati formati completamente in rete, con ampia discussione sui meetup. In terzo luogo non ha bisogno di tenere su l’ambaradan dei partiti con tanto di sedi, segretari e addetti a vario titolo (e soldi che girano vorticosamente); se non avete la minima idea di cosa significhi questo, anche solo in termini economici, può voler dire solo due cose: o non sapete cos’è un partito e/o un’organizzazione politica perché non c’avete mai avuto a che fare, o non sapete proprio di cosa parlate perché credete ancora a babbo natale.

Questa piccola premessa contiene già gli elementi primordiali della democrazia e se la cosa vi apparirà strana è solo perché non l’avete mai agita.

Ho un’esperienza politica tale da conoscere partiti, politici e i meccanismi che li sorreggono e se nella vostra vita avete fatto altro vi svelo un segreto: i partiti (piccoli, medi o grandi) sono strutture complesse che non si reggono su idee, programmi o interessi comuni (forse su interessi diffusi si). Utilizzano tutti lo stesso modello di “forma-partito” che deriva da un misto tra Democrazia Cristiana delle correnti e craxismo dei yuppies. Sono delle aziende atipiche con tanto di dipendenti ma con strani profitti. Forse non immaginate che l’idea nasce proprio dalla vecchia DC che, con un appoggio parlamentare ultra-trasversale, nel 1974 approva una legge con la quale lo Stato finanzia tutti i partiti presenti in parlamento secondo il loro peso di deputati. Ma forse non ricordate neppure che a più riprese i radicali di Pannella hanno cercato attraverso più referendum di abolire questa stortura e che nel ’93 ci riescono con il 90% dei voti; solo che appena un anno dopo (e contro il volere democraticamente espresso di tutti quegli elettori) con il classico “trucco delle tre carte” i partiti del parlamento italiano si mettono d’accordo e reintroducono una legge sul “rimborso elettorale” alla quale, come se non bastasse, bisogna aggiungere il finanziamento pubblico all’editoria (della quale ne beneficiano anche i giornali di partito) e il 4 per mille.  Questo è soltanto un quadro minimo ma se volete farvene un’idea più dettagliata andatevi a rileggere quello che scrivevano Stella e Rizzo nel 2007.

Se non vi basta questo per capire con che sorta di “idrovore” avete a che fare quando siete davanti a una sezione di un partito, aggiungeteci i guadagni di chi sceglie di fare il politico di mestiere. Ma non pensate soltanto ai parlamentari ma anche ai rappresentanti di camere molto più basse che nella peggiore delle ipotesi, anche in paesini di mille abitanti, racimolano più di mille euro al mese tra indennità e rimborsi di diverso tipo. Poi ci sono gli enti pubblici, semi pubblici e semi privati nei quali eleggere consigli di amministrazione, amministratori unici, direttori, collegi, comitati, commissioni, esperti, ecc… tutti sempre pagati e rimborsati perché, ricordatevelo, la politica nessuno la fa gratis.

In verità, far politica dovrebbe essere un onore oneroso, da cui sfuggire e invece è talmente ambito che le persone scalciano per calarsi anche nella più infima delle commissioni anche solo per pochi euri di rimborso.

E non parliamo poi di questi nostri rappresentati che appena si tratta della propria famiglia o della propria salute disprezzano per primi le istituzioni pubbliche e allora mandano i figli solo nelle scuole private, dall’asilo fino all’università (provate a contare quanti figli di politici sono stati, per esempio, alla Bocconi o alla Luiss e  molti direttamente presso facoltà straniere) e si fanno curare in cliniche private o straniere.

Questo è una parte del sistema che si tiene su e si autoalimenta e le persone che fanno? Si preoccupano se un movimento come M5s prende il 15% ? Io dico che già basterebbe questo per augurarsi un piccolo scombussolamento del sistema.  Se poi pensate che le grida di Grillo, qualche incertezza, qualche fesseria siano le premesse per il nuovo fascismo o siete sulla strada sbagliata e troppo occupati per guardare le cose con i vostri occhi e informarvi di persone, oppure siete troppo invasati da un’idea di partito che vi illudete possa risolvere i vostri problemi o quelli di una giustizia più in generali

E’ vero, probabilmente tra i “grillini” non trovate facce conosciute e io non ho trovato nessun mio vecchio compagno con il quale ho fatto manifestazioni antifasciste ma ve lo dicevo prima, questo movimento non si costituisce ideologicamente, non si pone cause ultime ma soltanto programmi minimi da realizzare, punto su punto. Se per esempio ti sta bene la TAV allora fai prima a votare Monti, Berlusconi, e anche Bersani.

Ma veniamo al programma, perché son convinto che molti non l’hanno neanche letto; io vi elenco sinteticamente le cose che ho sottolineato e che mi interessano maggiormente.

 Energia

Incentivazioni per le fonti rinnovabili e biocombustibili e applicazione di norme già in essere, ma disattese, sul risparmio energetico.

 Informazione

Eliminazione dei contributi pubblici per il finanziamento dei giornali; cittadinanza digitale per nascita, accesso alla rete gratuito (larga banda gratuita per tutti i cittadini italiani) e copertura completa dell’Adsl su tutto il territorio nazionale. Satalizzazione della dorsale telefonica, con il suo riacquisto a prezzo di costo da Telecom Italia e fornitura, da parte dello Stato, degli stessi servizi a prezzi competitivi a ogni operatore telefonico.

 Economia

1)      introduzione della class action, abolizione delle scatole cinesi in borsa, abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate, introduzione di strutture di reale rappresentanza dei piccoli azionisti nelle società quotate, introduzione di un tetto per gli stipendi dei manager delle società quotate in borsa e delle aziende con partecipazione rilevante dello Stato, divieto di nomina di persone condannate in via definitiva come amministratori in aziende partecipate dallo Stato o quotate in borsa (come per es. Paolo Scaroni dell’Eni), abolizione delle stock options, divieto di acquisto a debito di una società.

2)      Divieto di incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale e introduzione della responsabilità e compartecipazione alle perdite degli istituti finanziari per i prodotti finanziari che offrono alla clientela.

3)      Abolizione della legge Biagi e sussidio di disoccupazione garantito.

4)      Impedire lo smantellamento delle industrie alimentari e manifatturiere con un prevalente mercato interno; abolire i monopoli di fatto, come quelli di Telecom Italia, Autostrade, Eni, Enel, Mediaset e Ferrovie dello Stato e mettere in opera disincentivi alle aziende che generano un danno sociale.

5)      Riduzione del debito pubblico attraverso forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari.

Trasporti

Blocco immediato della Tav in Val di Susa. Disincentivare l’uso dell’automobile nei centri urbani e aumentare e rafforzare le tratte ferroviarie legate al pendolarismo.

Salute

L’Italia è uno dei pochi paesi con un sistema sanitario pubblico ad accesso universale e questa cosa è sempre più minacciata sia dal federalismo (attribuzione alle regioni dell’assistenza sanitaria) che dalla tendenza a far diventare le ex ASL delle aziende che devono far prevalere l’economia sulla salute. Quindi la sanità deve restare pubblica e i ticket dovranno essere imposti sulle prestazioni non essenziali in modo progressivo e proporzionale al reddito.

Istruzione

Abolizione della legge Gelmini; finanziamento pubblico solo per la scuola pubblica e investimenti nella ricerca universitaria.

Voting for dummies

Instructions guide

1) Avete già deciso da tempo per chi votare? Allora sapete già come fare, potete andare al punto 5.

2) Non avete deciso ancora ma volete esprimere il vostro voto da buon cittadino? E’ facile anche questo:
    a) recatevi al vostro seggio (trovate scritto il numero sulla scheda elettorale e poi sarà sicuramente la scuola più vicina);
    b) nei corridoi o nell’atrio della scuola trovate i manifesti con tutte le liste e i canditati, avvicinatevi e, senza farvi sentire, recitate la filastrocca ambrabàcicìcocò tre civette sul comò mentre con il dito indice seguite il ritmo in 4/4 (vuole dire che a ogni battuta indicherete un candidato/partito diverso), dopo il dottore s’ammalò, ricordatevi di fermarvi col dito al primo cicì (il dito vi indicherà il partito) mentre a cocò avrete il candidato.
    c) ripetete b) anche per il senato.

3) Se invece non volete votare ci sono due soluzioni:
   3a) rimanete a letto, che fa freddo e c’avete altro da pensare e da fare (tanto il vostro voto non cambia le cose);
3b) volete esprimete il NON VOTO legalmente? potete fare in questo modo:
         b1) andare al seggio con i documenti e la tessera elettorale, farsi vidimare la scheda senza toccarla (se si tocca  la scheda viene considerata nulla e quindi rientra nel meccanismo del premio di maggioranza);
        b2) dopo che vi è stata vidimata dichiarate che rifiutate la scheda per protesta, e chiedete che questo sia verbalizzato. Se siete proprio pignoli (ma pure un poco “cacacazzi”) potere richiedere di aggiungere, in calce al verbale, un commento che
di giustificazione del rifiuto, del tipo: nessuno dei politici inseriti nelle liste mi rappresenta.

4) Volete votare perché non si sa mai cosa vi può succedere ma non vi siete fatti un’idea, e neanche vi va di farvela?
    a) Andate al vostro seggio e quando sarà il vostro turno, prendete le scheda che vi daranno (ricordatevi che devono essere di colori differenti) e insistente nel pretendere una matita ben appuntita, per sicurezza fategli fare un mezzo giro nel temperamatite.
    b) Recatevi nella cabina e spalancate per bene le schede una per volta (mi raccomando non sovrapponetele) e poi scrivete, bello grande e in stampatello maiuscolo qualche frase “alla cazzo di cane”, del tipo “VOTO IL PARTITO DEL BLOCCO“, oppure “M’ANNATEVENE TUTTI AFF……” e cose del genere.
    c) ripetete il punto b) anche con l’altra scheda ma cambiando la frase.

5) Siete soddisfatti?
    a) SI
    b) NO
    c) boh.

 

*:O)

Vincono le peggiori primarie

Siamo stati abituati a pensare ai partiti come elementi sostanziali del nostro sistema politico. In parte è vero, almeno per quella parte che attiene alla nostra organizzazione sociale,  ma soprattutto perché non conosciamo ancora forme diverse in quanto in questo campo si sperimenta poco.

Se volessimo mettere in una scala evolutiva i progressi delle organizzazioni politiche in relazione alle scoperte tecnologiche non ci ritroveremo neanche il motore a scoppio; sicuramente saremmo ancora imbrigliati nel risolvere problemi come lo smaltimento della cacca dei cavalli.

Forse il paragone sembrerà azzardato ma anche se l’avvicinassimo di più, prendendo un involucro sociale similare come la famiglia, i partiti resterebbero comunque più indietro.  Questa primaria organizzazione, che Hegel amava definire microcosmo riflesso della società, ha accelerato molto di più il suo processo evolutivo modificando quei capisaldi che sembravano vitali: il patriarca (a dispetto della cultura cattolica) è rimasto un semplice elemento retorico; la stabilità e durevolezza non sono più suoi elementi essenziali come non sono più esclusivamente costitutivi i figli e le madri.

In verità i partiti cambiano soltanto pelle come i serpenti ma restano ben impermeabilizzati nella loro struttura costituente. La loro finta mal gestione della rete è uno dei tanti sistemi di auto-difesa.

Prendiamo le varie primarie appena concluse e in un caso solo annunciate  -un sistema non nuovo, risalente addirittura al 1847 che le nostre organizzazioni politiche cercano di rifilarcelo come contemporaneo-  sono state un tentativo iperbolico di far spuntare elementi di democrazia con trucchi da quattro soldi.

Soltanto il Movimento 5 Stelle  ha dimostrato di volere utilizzare, non dico democraticamente, ma almeno lealmente lo strumento: nessuna candidatura è stata posta come precostituita e tutte le “primarie“, dalle candidature, alla campagna elettorale e fino al voto, si sono svolte completamente on-line.

Non ho parlato di democrazia perché non era questo il senso del post, ma soltanto sottolineare come i partititi fingono di interessarsene occupandosi, invece, a tempo pieno di quell’antico puzzle che li tiene in vita attraverso complicati equilibri  instabili creati da persone stabili.

Che ce ne viene a noi di tutto questo? Poco, molto poco, né democrazie e né società del futuro; soltanto una flebile speranza, che almeno perda il peggiore.

Ma fantastici de ché?

Se andate sul sito del Partito Democratico troverete questa immagine  qui accanto che imita il famoso  fumetto della Marvel con l’aggiunta del quinto fantastico.   Potrà sembrare comica o curiosa ma l’imitazione de “ I Fantastici 4″ ha sollevato un bel vespaio nel web (e qui la cronaca di twitter sull’incontro).

Ciò su cui voglio riflettere brevemente oggi sono due questioni a mio avviso fondamentali. La prima è di carattere comunicativo, ovvero che tipo di strategia è stata adottata e messa in campo e  la seconda, più seria,  sul tipo di messaggio politico che i candidati sono riusciti a far filtrare .

Premetto di non conoscere la tattica e il disegno (o l’obiettivo) della strategia di marketing che sottende a quest’idea del “fantastico”, ma se fossi stata chiamata a valutarla preliminarmente l’avrei bocciata immediatamente.  Quale può essere  è il messaggio lanciato con i fantastici 5? Forse questo: vedete, elettori della coalizione di sinistra, per spazzare via anni di fantapolitica,  di malvagio immaginifico al potere (nani e ballerine mutati e quintuplicati in veline, anchorman, concubine, escort e olgettine) è necessario una forza ancora più straordinaria capace di vincere sul male in qualsiasi forma esso si presenti. Peccato, però, che questo ragionamento non sia niente di più di un rigurgito che rimane all’interno di quello stesso mondo “fantastico” che si vuol combattere.  Una volta, nel ’77 gridavano “la fantasia al potere” ma il senso era naturalmente opposto, era anti-politico.  Non lo possono gridare i politici di “professione”, è come sputare nel proprio piatto. E poi, per dirla in soldoni, il progetto politica che viene “sventolato” resta completamente all’interno del solco tracciato da anni di berlusconismo.  Dunque la traduzione semplice del messaggio elettorale è quello di non cedere al desiderio del reale ma ad avere “fede” (ricordatevi questa cosa che ritornerà dopo)  in progetti fantastici e in iperboliche soluzioni che,  voi terrestri, al momento, non siete in grado di comprendere.  Ah ci sarebbe pure da aggiungere qualche malfidato lettore di fumetti ha sostenuto che l’investitura di supereroe non avviene per elezione ma per acclamazione, ovvero per riconoscimento delle gesta super eroiche, e che quindi tutto quel che viene pubblicizzato è semplicemente millantato credito. Ma si sa quelli che leggono fumetti son gente cattiva.

Il secondo nodo del ragionamento viene invece fuori dal dibattito televisivo svoltosi ieri sera su Sky TG24 dove i 5 candidati (Bersani, Renzi, Vendola, Tabacci e Puppato) si sono misurati, in perfetto stile USA (in verità più perché costretti dalle regole rigide imposte dall’emittente che per scelta personale), su programmi e proposte con tanto di  fact checking e  appello finale.  Ad un certo punto il conduttore ha chiesto a tutti i candidati di indicare il nome di una personalità ispiratrice e guida; ecco che si chiude il cerchio della comunicazione. Tolti Tabacci e Puppato che, dimostrando di essere a corto di fantasia, indicano De Gasperi, Nilde Iotti e Tina Anselmi; i veri super-eroi citano Mandela, Giovanni XXIII e il Cardinale Martini. Ecco che ritorna quel concetto di “fede” che avevo accennato prima. Cari cittadini- elettori, sembrano dire i tre super-eroi (e unici veri aspiranti) la politica non ha a che fare con la società civile e non c’è niente di materialmente concepibile che possa salvarci. Soltanto la fede rigida nel supereroe può portarvi alla salvazione. Poi se ci scappa pure un miracolo, si vedrà.

Vuoto a rendere a sinistra

Conosco Biagio De Giovanni perché agli inizi degli anni ‘80, quando frequentavo l’Istituto Orientale di Napoli, fu mio professore di Storia delle dottrine politiche e me ne innamorai quasi subito per la bellezza dei suoi ragionamenti e la lucidezza delle analisi. Confesso che, in qualche modo, non ho smesso di seguirlo e ricordo ancora con una discreta freschezza la sua analisi sullo “svuotamento del sistema egemonico della sinistra” dopo le elezioni del 2008.
In un’intervista pubblicata su L’Espresso nel maggio 2009, in occasione della presentazione del suo libro “A destra tutta. Dove si è persa la sinistra“ (qui un’interessante presentazione), De Giovanni affermava che la destra italiana aveva ormai piantato le radici di un sistema che sarebbe durato almeno vent’anni, perché aveva ”saputo imporre una nuova interpretazione della storia d’Italia” (demitizzazione della Resistenza e della Costituzione; rovesciamento della questione meridionale e della spesa pubblica -elementi strategici dei comunisti e dei democristiani- nella “questione settentrionale” posta dalla Lega e “nazionalizzate” da Forza Italia).
Nel un suo ultimo libro (ma neanche tanto recentissimo), “Sentieri interrotti, lettere sul Novecento”,  De Giovanni continua in quella sua analisi precisa dello “svuotamento” della sinistra, confrontandosi con Marcello Montanari (suo ex allievo oggi docente di filosofia all’università di Bari) parlando di Stato, di comunismo e di Gramsci (che Montanari esalta e invece De Giovanni de-valorizza).
Ne parlo perché stamattina questa notizia è appuntata sia sul “Corriere del Mezzogiorno” che su “Italia Oggi”. Non so quanta eco potrà suscitare la riflessione del professor De Giovanni nei sinistrorsi italiani ma certamente farà bene parlarne: la sinistra non è più uguale a quella del passato e non lo sarà certamente a quella del futuro.
Cosa c’è in mezzo? (domanda kantiana). Sicuramente povertà ideale e progettuale da cui ne discende una mancanza ancora più grave: qualcosa che somigli a una struttura.
In una società sempre più accelerata, “questi” son come viaggiatori finiti nel carro-bestiame che pur sapendo che più avanti ci sono le “carrozze” di prima e seconda classe e più avanti ancora la motrice, non sanno proprio cosa inventarsi per venirne a capo… figurarsi a mandare in soffitta Gramsci?!