Hackerphilosophy

Inizio oggi a pubblicare, a pezzi, le idee sviluppate intorno a una ricerca accademica che ha la pretesa di mettere ordine e/o riunificare le tesi portanti di quelle nuove branche della filosofia che per lo più hanno avuto a che fare con il digitale. Sto parlando della Cyberphilosophy, della Filosofia Digitale, della Filosofia 2.0, della Filosofia dell’Informazione e di altro ancora. Probabilmente la struttura resta quella accademica per quanto mi sia sforzato, e continui a farlo, nel tentativo di renderla in forma di brevi riflessioni aperte. Sicuramente questa prima parte introduttiva appare più brusca e meno scorrevole, ed è probabile che lo sia. Non lo dico per “mettere le mani avanti” ma la difficoltà incontrata riflette in modo millimetrico l’enorme quantità di riferimenti incontrati e la mia incapacità di tenerli tutti assieme. Perciò ho immaginato un filo conduttore su cui investire in letture e ricerche. E’ ovvio che questo tracciato non può essere rigido ed esaustivo e spero che non lo sia. I miei contributi successivi e quelli di chiunque voglia, in qualsiasi modo, partecipare alla ricerca inspessiranno e allungheranno questo filo.

Tutti i vostri contributi possono essere lasciati qui (in forma di commenti) o anche inviati via mail a: vitocolan(at)gmail.com.

Questa prima riflessione è il classico “stato dell’arte” (qual è la situazione oggi). Ho cercato di sintetizzarla un po’ rispetto alla stesura originale e sicuramente ho tagliato molte cose interessanti. Tagliate e messe momentaneamente da parte (ma non cestinate) per farle riemergere più avanti.

N.B.:

  • al posto delle note ho inserito l’autore tra parentesi linkando quasi sempre al libro. All’inizio avevo puntato alla mia libreria su Anobii ma poi ho pensato di evitare la ridondanza personale.  Alla fine riordinerò comunque il tutto e stilerò una classica bibliografia. Mentre i link agli autori citati vanno solitamente ai loro blog o su Wikipedia.
  • Piccola nota dolente è il fatto di dover constatare che molti autori che scrivono di filosofia digitale, di filosofia 2.0, di open-source, ecc…  lo facciano ancora e soltanto su libri di carta…

 

Stato dell’arte

Luciano Floridi sostiene che la filosofia è una delle discipline più antiche e conservatrici del nostro sapere e che bisogna aggiornare i suoi approcci concettuali ormai calcificatisi. Il rinnovamento può avvenire attraverso teorie e soluzioni “tecniche” rinvenienti dall’informatica (Floridi 2012).
Come direbbe Deleuze, la filosofia non va veloce come le scienze, la letteratura e la musica, ma la ricerca di nuovi modi di espressione e nuove tecniche sarebbe per lei essenziale (Deleuze 2002).
Quella che stiamo attraversando è una rivoluzione del pensiero che ci costringe a modificare la percezione di noi stessi nel rapporto con gli altri. In termini evolutivi, probabilmente, avverranno trasformazioni e cambiamenti che faciliteranno questo compito: la memoria diventerà sempre più connessa e condivisa, non solo fra esseri umani ma anche con le macchine che utilizziamo ogni giorno. Del resto il nostro cervello riproduce, nel singolo, quello che avviene in rete: i neuroni non agiscono singolarmente ma attraverso una miriade di sinapsi, quindi di connessioni (Pierini 2007).
L’intelligenza che attraversa questo tempo è un’intelligenza distribuita che viene massimizzata attraverso nuove tecniche sinergiche. Se due persone distanti sanno due cose complementari possono facilmente scambiarsi il sapere e cooperare utilmente. Per grandi linee è qualcosa di simile all’intelligenza collettiva che immaginava Lévy (Lévy 1996). Un’intelligenza non in sequenza o in parallelo (per usare una metafora elettrica) e neanche una catena di montaggio; non un percorso di costruzione dove a ciascuno è assegnato un solo compito specifico per realizzare un’opera unica ma un viaggio in senso complementare: si immagina un percorso progettuale e si fa convergere su di esso tutta l’intelligenza disponibile.
Per fare un esempio “stra-abusato” di cosa si intenda per condivisione del sapere basta citare la famosa stampante tridimensionale (3D) che permette di prodursi un qualsiasi oggetto in proprio (macchinari, giocattoli, scarpe e addirittura case intere) attraverso progetti open source da scaricare liberamente o da integrare e/o perfezionare e rimettere in circolo. Ma anche le “vecchie” enciclopedie collaborative come Wikipedia. In questi progetti si confrontano e si uniscono intelligenze altrimenti non confrontabili, come le grandi competenze di scienziati o accademici e le semplici passioni di neofiti che apportano contributi significativi o anche soltanto dubbi.

Cambia il conoscere e la conoscenza

Facendo un’estrema semplificazione storica, potremmo dire che dal ‘600, con Cartesio, e fino alla metà del ‘900, con Wittgenstein, la conoscenza è stata interpretata come se il soggetto conoscitore fosse un agente singolo (di tipo stand-alone), isolato staccato dall’ambiente. Dopo la “rivoluzione digitale” abbiamo imparato a conoscere in modo collaborativo e in modalità on-line.  Le idee e le pratiche della conoscenza distribuita diventano poi la struttura della società dell’informazione.
Resta il problema dell’ottimizzazione delle risorse, quella tendenza ecologica generalizzata che favorisce il “non spreco” e scarta tutto ciò che ha meno valore. Purtroppo, però, a essere scartati sono anche i valori e le qualità umane e in particolare le loro competenze. Lévy, per esempio, ritiene che avendo i mezzi tecnici a disposizione dovremmo impegnarci di più nel valorizzare più che nello scartare. Quella che lui ha definito “etica dell’intelligenza collettiva” consisteva proprio nel riconoscimento dell’insieme delle qualità umane in modo che ognuno possa condividerle con altri per farne beneficiare la comunità (Lévy 1996).
A grandi linee la prospettiva dell’intelligenza collettiva prospettata da Lévy è, quindi, una sorta di cooperativa dove l’individuo, in possesso delle stesse informazioni che ogni membro della comunità possiede, mette a disposizione le proprie riflessioni e le proprie qualità umane al servizio dell’insieme delle riflessioni e delle qualità umane. Questa estensione, il “cyberspazio”,  crea il presupposto, il contesto comune e costruisce un universo di significati (comuni) nel quale ogni individuo si può collocare.
Cambia, ovviamente, anche il vocabolario che si arricchisce di parole nuove [rete (hub e nodi), interazione, collaborativo, cyber, open, multi-agente, ecc…] e cambiano, o si trasformano, alcuni concetti come quello di intelligenza che si apre a una nuova ‘biplanarità’ di tipo saussuriano, tra collettivo e collaborativo.
Michael Tomasello sostiene che la comunicazione umana, per esempio, è un’impresa già sostanzialmente cooperativa che funziona nel modo più naturale e senza intoppi entro il contesto di un terreno concettuale comune e di motivazioni comunicative cooperative reciprocamente poste. Infatti, se vogliamo capire le origini ultime della comunicazione umana, sia filogeneticamente sia ontogeneticamente dobbiamo guardare oltre la comunicazione stessa, spingendoci sul terreno più generale della cooperazione umana (Tomasello 2009).
John Searle chiarisce che per avere cooperazione in una struttura sociale è necessario un “riconoscimento collettivo” (che è una forma molto più debole di atteggiamento cooperativo) senza il quale le strutture istituzionali non potrebbero essere riconosciute come tali e quindi non esisterebbero. La distinzione tra riconoscimento e intenzione è importante, perché la cooperazione richiede l’intenzione collettiva di cooperare, mentre il riconoscimento collettivo non richiede una forma di cooperazione e, quindi, non è necessario che vi sia un’intenzione collettiva di cooperare (Searle 2010).
Proprio all’interno di quest’idea collettiva e cooperativa la moderna cyberfilosofia suggerisce di adottare modelli appartenenti a logiche ecologiste, non nel senso deprecato da Lévy, ma come recupero dei valori di salvaguardia ambientalista sulla realtà digitale. Una buona sinergia tra tecnologie informatiche e valori ambientalisti potrebbe portare a soluzioni efficaci nello sviluppo e nel mantenimento sia degli ecosistemi biologici sia di quelli artificiali come le reti. Parlare di beni comuni o in termini biologici o in termini digitali, vale meno che parlarne in termini di interazioni simbiotiche tra naturale e artificiale (Moore e Bynum 2002).
Di esempi ce ne sono e, anche se in modo parziale, possono essere rappresentati da quella stretta interazione tra medicina e tecnologia digitale che è l’e-health, oppure dal lavoro di Ilaria Capua sulla liberalizzazione della sequenza genetica del virus dell’aviaria adottando tecniche provenienti dal mondo dell’open source (Delfanti 2013).

E le idee? e l’uomo?

In mezzo sorgono, però, anche nuove situazioni problematiche come, ad esempio, la possibilità di costruire molteplici identità on-line; preoccupazione non da poco se si tiene conto che quasi tutti gli stati sprecano la maggior parte delle proprie energie e risorse nel tentativo di arginare tale fenomeno. Anche l’Italia, ultimamente, ha tentato di darne una stretta giuridica con la legge n.98 del 9 agosto 2013. Così come persistono vecchi e inestricabili dilemmi come quello marxiano della “proprietà dei mezzi di produzione” che viene oggi tradotto in “accesso alle informazioni” e “gestione/protezione della privacy”. Al riguardo David Lyon nel 2005 sosteneva che il mondo “sublime tecnologico” di James Carey doveva necessariamente sposare metodi di sicurezza che partissero dal riconsiderare l’uomo dal punto di vista valoriale ma non una qualità standard o di default quanto attraverso una logica di accettazione dell’altro (Lyon 2005).
Una convergenza tra intelligenza collettiva, cooperazione e valori ambientalisti sembrava essere già stata sintetizzata qualche anno fa in quella idea di “etica hacker” che poneva le basi di una organizzazione della conoscenza. Anche qui le parole chiave erano: “orizzontale, rizomatica, decentrata, non gerarchica, non autoritaria, non controllata, non censurata” che voleva dire semplicemente “scambiarsi idee e saperi in modo paritario” (Proclama dell’Hackmeeting del 2000).
Siamo sostanzialmente di fronte a un concetto di idea che supera la tradizione filosofica da Platone fino a Kant per acquisire una qualità “rizomatica”; se volete, una nozione nuova dove non trovate linee, punti o posizioni fisiche come quelle che si trovano in una struttura, in un albero o in una radice. Diventare rizomorfi significa rivendicare una vita che afferma il molteplice (Deleuze e Guattari 1997).
A questo punto il dibattito intorno all’uomo, com’è naturale, si infittisce e si complica. Qui di seguito cito molto brevemente un excursus che dovrò necessariamente ampliare in seguito. Intanto già in Nietzsche si trovano tutti gli elementi di base e i presupposti per iniziare a definire questa molteplicità umana e si tenga in rilevante considerazione che dagli inizi del ‘900, con la teoria dell’evoluzione e fino allo sviluppo delle tecnologie e delle scienze, tale prospettiva aumenta la sua peculiarità. Solo per citarne qualcuno si va dai tecnoutopisti, per i quali il mondo on-line diviene un fine in sé e per sé, ai postumanisti che auspicano una confusione tra umano e tecnologia, tale da liberarci dell’onere di elaborare informazioni lasciando alla macchina la cura delle facoltà cognitive e i neoluddisti e ambientalisti secondo i quali la tecnologia metterà in crisi il mondo, isolando completamente l’uomo (Casalegno 2007).  Infine qualche teoria degna di nota è quella che definisce nuovi scenari derivanti dalla constatazione che nel mondo tutto è accelerato e tale accelerazione spinge l’uomo a essere uomo in modo diverso o, viceversa, che non siamo affatto diversi ma semplicemente abitiamo un pianeta diverso (Caronia 1996).

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