Che belle impiegate

Oggi al telegiornale vedo il nostro premier mentre parla in una conferenza stampa dopo aver visitato la sede di Poste Italiane. Nell’intento di fare un complimento all’azienda (così come fece per Barack Obama dicendogli che era «bello, giovane e abbronzato»), ha dichiarato di aver visto  anche «tante impiegate e pure belle…. complimenti all’ufficio del personale».
Probabilmente Silvio è talmente convinto che il concorso alle poste venga superato in bikini, come  per le veline di “striscia la notizia” che nessuno dal pubblico ha osato dirgli la verità.

Ma poi perché rovinargli questa illusione, in fondo illudendoci si vive meglio e pure senza tensioni.

Rientra la sveldolata?

La scissione tanto svendolata per il momento non ci sarà. Lo annuncia Marco Damilano su L’Espresso di qualche giorno fa.

Insomma la data fissata per la separazione (il 13 dicembre) slitta verso tempi migliori e sul suo blog (dove il culto della personalità traspare “a mala pena” dai faccioni che spuntano da ogni pagina) Vendola non ne parla.

Può darsi che per intercettare quel minimo di cambiamento, bisogna seguire quel ragionamento che traspare dal post su La Gru: “Una sinistra di poesia e realtà“.

Ma può anche darsi che abbia ragione il mio amico quando sostiene che il presidente della Regione Puglia  abbia semplicemente obbedito alla strategia della distensione elaborata da Fausto Bertinotti (che è proprio la tesi sostenuta dall’articolo de L’Espresso).

Cosa è prevalso nella scelta vendoliana ?  Il centralismo democratico oppure la tattica attendista per  preparare un decisivo ed efferato attacco al cuore del partito ?

Dopo le europee si vedrà.

Mi son dimesso da italiano… ma da tempo

Un collega stamattina, con un tono abbastanza concitato, mi ha chiesto se avessi visto in tv “Berlusconi a ballarò”.  Alla mia risposta negativa (e non aggiungo neanche che seguo una “logica” anarchica nello zapping)  lui, con gli occhi fuori dalle orbite -come se mi stesse annunciando alla  Orson Wells l”invasione degli extraterrestri- aggiunge: “ma allora non hai sentito che’ ha detto?”.

E che mai poteva dire che io ora non possa immaginare ? Così come non mi sorprende neanche quello che leggo su “La Repubblica” stamattina (”Il presidente del Consiglio ha colto al volo l’occasione offerta da un cittadino, che gli ha chiesto di ‘oscurare’ il Tg del terzo canale Rai perché “‘nun se po’ guardà”, e ha risposto “allora non paghiamo più il canone.“).

Se giri il web a 360 gradi trovi la notizia condita e approfondita da punti di vista anche inpensabili (almeno per me) e allora, sempre con la mia logica anarchica nella selezione, o meglio nel filtraggio, delle notizie, giro fino al minimo il (mio) potenziometro  dell’attenzione e “automaticamente” alzo le spalle e faccio qualcos’altro.

Il mio collega allora si indigna, non con Berlusconi, ma con me accusandomi di essere “anti-italiano” perchè non dimostro interesse per il “nostro” bene comune.

Anti-italiano ? …  mi viene in mente la rubrica di Bocca su “L’Espresso” (e anche quella simpatica conclusione di Torriero alle note di Zambardino)  e gli rispondo che “non sono italiano…  mi sono dimesso da tempo“.

Che fare dopo il 30?

Me lo chiede qui Astronik e invece di rispondere al commento provo a fare un post di incitamento.

Il decreto Gelmini sarebbe stato approvato comunque e questo, quelli un pò più lungimiranti, lo sapevano da un pezzo. Sia perché il governo avrebbe rischiato una brutta crisi e soprattutto perchè la finanziaria, di cui quel decreto è figlio, era già approvata da un pezzo.

Ma che fare da domani in poi ?

Secondo me sono percorribili soltanto due strade:

1) tornare in buon ordine nei propri banchi e ai propri posti di lavoro e sperare che qualcosa cambi o migliori sotto la spinta dell’azione dell’opposizione in parlamento (qualcosa del genere accadde dopo l’approvazione della “riforma Moratti”) e di qualche regione come questa.

2) Continuare con la protesta e spingere fino in fondo senza guardare indietro. Ricordiamoci di qualche anno fa quando i giovani precari francesi hanno assediato Parigi contro il “ Contrat première embauche”. Anzi allargare la protesta, come sostengo da tempo, alle rivendicazioni contrattuali ragionando e stimolando la discussione sui posti di lavoro al di fuori dei binari sindacali (anche perchè CISL e UIL sembrano favorevoli all’accordo).

Insomma, come urlato nel post precedente, mio caro Astronik, “ce n’est qu’un debut continue le combat !

ce n’est qu’un debut continue le combat !

Gli studenti conoscono con precisione la riforma Gelmini, lo si capisce dalle forme di protesta e dagli slogan urlati in piazza: “noi non pagheremo la vostra crisi”.
C’è un governo, o meglio un pensiero politico,  che vuole tagliare tutto ciò che ritiene sterile,  improduttivo e che non risponde alle logiche di mercato (salari, pensioni, servizi pubblici, stipendi, organico, precari, ecc.) e vuole incrementare tutte le spese che salvaguardino l’arrembaggio privato all’economia di stato (appalti inutili, spese militari, sostegno al capitale, salvataggi alle banche, ecc.). Praticamenten la politica è questa: privatizziamo i profitti e socializziamo le perdite.

E’ ovvio, non dovrei neanche dirlo, che chi deve pagare il prezzo di tutto questo sono i lavoratori,  i precari, i pensionati e gli studenti.

Le manifestazioni di questi giorni oltre a dare, come già detto, un preciso segnale in direzione della comprensione di questo solito e diabolico meccanismo stanno (finalmente) anche accrescendo  lo spirito critico, l’indignazione, la rabbia, e anche quel vecchio fenomeno che anni fa si chiamava “coscienza di classe“  e che oggi potremo definire sociale, politica, democraticadelle, ecc….

Berlusconi, poi Cossiga (quello con la k e le S runiche) e infine Gelmini dicono che c’è poco da discutere.

Si ma, dico io, discutere di cosa ?

C’è solo da fare: o si blocca la riforma oppure  (dopo il voto di mercoledì in parlamento) si continua la lotta, con un vecchio ma sostanzioso grido: “ce n’est qu’un debut continue le combat !“.

Anzi direi che sarebbe proprio il caso di estendere il “movimento”  anche ai lavoratori  (che poi sono in parte  genitori) unificando quelle vertenze contrattuali che dovrebbero vedere in piazza i lavoratori dal 30 ottobre al 14 novembre.

Tanto la controparte è la stessa.

Ciao, compagno Vittorio

Vittorio Foa

Vittorio Foa

Questo è uno di quei giorni tristi che non si raccomandano neanche ai nemici. E’ come se mi fosse morto per la seconda volta un padre. Si lo ritenevo tale, un padre politico, di quelli di cui ti puoi fidare, che ti indicano una strada sicura.
Vittorio Foa era molto di più di tutto questo e la sua morte mi rattrista in modo esasperato perché sento ancora di più il vuoto che mi circonda.
Voglio lasciare qui soltanto il breve ricordo di quando l’ho conosciuto.
Era il luglio del 1974 e al palazzo dei congressi di Firenze si svolgeva il primo congresso nazionale del PdUP (metto il link a Wikipedia, anche se all’interno c’è qualche errore). Io ero (giovanissimo) uno dei 742 delegati nazionali e una sera ebbi l’occasione di conoscere Foa chiacchierando del più e del meno fuori dal palazzo dei congressi. Lui, appena appreso che noi (i 4 delegati della Basilicata) eravamo lucani, cercò di convincerci ad organizzare un convegno di studi su Di Vittorio, figura di grande sindacalista stranamente poco considerato. Ci disse, accarezzandoci le spalle, che se l’avessimo fatto sarebbe “sceso in Lucania per parteciparvi”. Per tutta una serie di vicende, che non è importante raccontare adesso, quel convegno non venne mai organizzato e penso che noi perdemmo una grande occasione, direi storica.
Lascerò qui, a ricordo di come l’ho conosciuto, le ultime frasi del suo discorso di chiusura di quel congresso:

“noi vogliamo portare la nostra esperienza, la nostra fede, la nostra volontà di lavoro, ma portiamo anche una grande disponibilità a discutere, a verificare le cose, non nel puro confronto di un’idea con un’altra ma nel confronto delle idee con la pratica, con l’esperienza, con i risultati. La nostra disponibilità deve essere massima, e ha un solo limite: che comunque, in ogni caso, noi resteremo fedeli alle esigenze, agli obiettivi della classe operaia”

30 minuti di applausi.

Ciao, compagno Vittorio.

La giunta di Molfetta

A Molfetta il TAR ha ordinato al sindaco, Antonio Azzolini, di rispettare lo statuto del Comune garantendo le pari opportunità inserendo, quindi, delle donne nella sua giunta tutta maschile.

Sembra che Azzolini sia stato avvistato per le vie del paese “ve’ discherrénne sule sàule

Molfetta

Molfetta

[via laRepubblica]

Carramba Palin

Veltroni e i suoi fedeli obamaniani ci hanno abituato a guardare la “galoppata” per le presidenziali USA come il nostro futuro prossimo politico.  Il nostro Walter si è rammaricato tantissimo di avere a disposizione soltanto poche migliaia di kilometri da percorrere (come se Obama avesse girato soltanto l’Idaho) ma di più non poteva fare.  Bisogna pure riconoscergli una certa continuità: da giovane, nel mentre i suoi compagni cercavano di imparare il russo come seconda lingua e si facevano crescere i baffi alla Stalin, lui col boccolo tifava per Kennedy  e ai Festival de l’Unità preferiva The Bossagli Intillimani. La maggior parte di noi, alla fine degli anni ‘70, aveva ancora l’anima divisa tra due  continenti di riferimento: uno per la politica e l’altro per lo spettacolo. Lui, invece, aveva un anima sola: l’America e basta. Al grido di “yes, I can” ha cercato in tutti i modi di dare finalmente corpo al suo sogno americano, ma gli italiani, che in cuor loro avevano sposato l’America già dagli anni del  boom economico, hanno capito che la strada era quella ma la direzione era diversa e hanno scelto McCain.

In Italia dunque non ha perso Veltroni e ha vinto Berlusconi ma hanno perso i democratici e hanno vinto i repubblicani. Tutto il resto poi sono quisquilie, frange estreme minoritarie (e poco interessanti).

Quindi se il clima è questo, mi son detto, non posso stare troppo staccato e come un bravo scalatore mi sono alzato sui pedali e ho rincorso il gruppo. Mi sono “sciroppato”, diligentemente, la convention  repubblicana e debbo dire che ne è valsa la pena. Lo spettacolo è veramente gustoso, interessante e a tratti comico (da fratelli Marx per intenderci). Ma la ciliegina è stato il discorso (guardatelo che ne vale la pena) di accettazione di investitura della Palin.

Per quasi metà dell’intervento presenta i membri della sua famiglia, uno a uno, soffermandosi sulla figlia diciassettente in cinta, sul filgio in partenza per l’Iraq, sul marito fedele, la figlioletta e i nonni commossi. Ma se le vostre lacrime non hanno ancora risalito con forza il canale,  tenetevi forte: dopo avre parlato anche del suo ultimo genito, Trig,  purtroppo affetto da sindrome di Down, la telecamera continuerà a indugiare, lungamente, su questo bambino che con un “culp de theatre” passa di braccia in braccia da padre a figlia che amorevolmente lo coccola e gli sistema i capelli con la saliva.

Questo si che è spettacolo e in 20 minuti la Palin tocca tutte le corde: odio razziale, decisionismo duro e puro  (lei continua astringere i pugni durante il discorso), esperienza di governo, effettività di un cambiamento concreto, ma soprattutto la famiglia, sempre unita comunque vada e soprattutto i figli con “bisogni speciali che ispirano un amore speciale”.  A questo punto i pori hanno irrigidito i peli della mia pelle e mi hanno scosso energicamente dai piedi alla testa, il brivido si è fatto sempre più intenso  per  tramutarsi in nausea (come quando mi è capitato di vedere la Carrà raccontare qualche disavventura commossa al pubblico di Carramba).

St. Paul (Minnesota), 4 settembre… :-|

La festa di Liberazione a Venezia

Sono stato a Firenze nei giorni della festa del PD e, quasi sfiorandola (tutto quel verde mi dava su i nervi), ho optato per una fiorentina oltre l’Arno; poi son partito per Venezia dove c’era la Festa di Liberazione. Qui, evitando distrattamente il comizio di Ferrero, mi sono dedicato allo spirito vero della festa: Lady SweetyMaeva Lil’Sugga hanno fatto saltellare per 2 ore i giovanissimi rifondaroli mentre quelli più “attempati” facevano la fila per assaggiare la cucina tipica “veneziana-rifondarola”. Per non essere risucchiato indietro di qualche anno (c’era pure il gioco del tappo… pensavo non si facesse più), ho resistito alle varie carni alla brace e mi sono dedicato alle sarde in saor al baccalà mantecato e alle patatine fritte, oltre qualche litro di birra.

Che dire… è stata veramente una bella festa !