I 7 vengono tutti d’aprile

Un amico cattolico mi ha detto che, secondo il Vangelo di Giovanni, il 7 aprile è la data della morte di Gesù; io ne voglio ricordare una molto più recente.

Il 7 aprile 1979  il sostituto procuratore della Repubblica di Padova Pietro Calogero ordina l’arresto di un gruppo di esponenti di Autonomia Operaia e dell’area che orbitava intorno ad essa. Vengono accusati di associazione sovversiva e insurrezione armata contro lo Stato: Toni Negri, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, Franco Piperno, solo per citare i più noti.

Tutti incriminati per aver diretto “Potere Operaio” e «Autonomia Operaia” al fine “di sovvertire violentemente gli ordinamenti costituiti dello Stato sia mediante la propaganda e l’incitamento alla pratica cosiddetta dell’illegalità di massa di varie forme di violenza e di lotta armata, espropri e perquisizioni proletarie, incendi e danneggiamenti ai beni pubblici e privati, rapimenti e sequestri di persona, pestaggi e ferimenti, attentati a carceri, caserme, sedi di partito, associazioni e cosiddetti ‘covi di lavoro nero’ sia mediante l’addestramento all’uso delle armi, munizioni, esplosivi, ordigni incendiari e, infine, mediante il ricorso ad atti di illegalità, di violenza e di attacco armato...».   Per 12 di loro c’è anche l’accusa di aver  «organizzato e diretto un’associazione denominata “Brigate Rosse” (…) al fine di promuovere l’insurrezione armata contro i poteri dello Stato e mutare violentemente la Costituzione e le forme di governo sia mediante propaganda di azioni armate contro persone e cose, sia mediante la predisposizione e la messa in opera di rapimenti e sequestri di persona, omicidi e ferimenti e danneggiamenti, di attentati contro istituzioni pubbliche e private».

 

L’truttoria poi viene divisa in tre tronconi: a Padova, a Roma e a Milano. Quello fondamentale di Roma, del PM Achille Gallucci, vedrà imputati Negri, Nicotri, Scalzone, Zagato, Ferrari Bravo, Dalmaviva, Piperno, Ferrari, Marongiu, Pacino e Balestrini, per “banda armata” e quelli di Padova e Milano per “associazione sovversiva” per tutti gli altri che alla fine raggiungerà il numero consistente di 71 imputati.

Paradossalmente i reati contestati a Roma sono dati per presupposti mentre a Padova e Milano è data per presupposta l’organizzazione.

Al processo che seguirà, il 7 giugno 1982, il “teorema” del PM Calogero verrà estrinsecato e si scoprirà che tutto l’impianto accusatorio è fondato sulla produzione di articoli su riviste (le più note sono “Rosso” e “Controinformazione“), giornali, opuscoli, volantini e scritti vari con «evidente contenuto sovversivo».

Sembrerà una cosa poco ovvia ma tutto il materiale editoriale che darà sostanza all’impianto accusatorio non ha natura clandestina ma è del tutto pubblico.

Toni Negri oltre ad essere accusato di essere l’ideologo delle Brigate Rosse sarà anche imputato per aver materialmente parlato al telefono con la moglie di Moro nell’aprile del 1978  (che poi si sarebbe scoperto essere Mario Moretti).

Nemmeno il caro partigiano Pertini, allora presendete della Repubblica, avrà dubbi sulla vicenda e “confermerà” la piena solidarietà al procuratore Fais, che in quei giorni dichiara alla stampa di avere “saldamente in pugno” tutto quel movimento che aveva creato il più grande disagio sociale della storia italiana.

Piperno, dalla latitanza, in una lettera all’Espresso scrive che “a una logica politica si sostituisce una logica di guerra” e, denunciando il vero nodo del problema, ovvero l’alleanza politica DC-PCI., conclude con un appello: «Coloro che si battono contro il regime armonico DC-PCI devono venire allo scoperto… La nuova sinistra, il partito radicale, magistratura democratica, Terracini, Lombardi, Pannella, Rodotà, Rossanda, Pintor, Bocca vogliamo sapere da che parte state».

In sostanzal’applicazione del “teorema” Calogero sarà un’anticipazione di quella “legislatura d’emergenza” che per anni sospenderà i diritti della difesa.

Tutti gli imputati vengono sottoposti al regime delle carceri speciali che costerà la vita a diversi imputati come Ferrari Bravo, Vesce, Serafini.

Pian piano inizieranno a cadere i capi di imputazione ma verranno sostituiti da altri nuovi di zecca provenienti dalle “confessioni” di diversi pentiti (Carlo Fioroni e Marco Barbone).

Tutta la vicenda molto complessa e intricata durerà fino al 1987, con la sentenza di secondo grado dell’8 giugno che smonterà per intero l’impianto accusatorio di Calogero e assolverà gli imputati, già condannati in primo grado, da quasi tutte le accuse.

Intanto erano passati 10 anni da quel ’77 e da quello strano movimento di critica e sovversione dello stato di cose presenti.

A chi serviva il “teorema Calogero”?

Senz’altro a chi ha cercato di identificare un movimento nazionale come associazione criminale diretta da “cattivi maestri” (perchè non era possibile che un movimento fosse autonomo e spontaneo); a coloro che sostenevano che la lotta di classe e le manifestazione di antagonismo non potevano innescare in quel modo il conflitto sociale e che quindi era ovvio e necessario appiattire tutto sul sul tema del terrorismo.

Siamo negli anni in cui il PCI spinge la classe operaia fuori dalla logica delle lotte e del conflitto sociale perchè deve “farsi Stato”, pensando così rimediare alla crisi dello Stato-piano.

Riporto quasi integralmente il post pubblicato su Micciacorta.it che potete leggere integralmente qui.

Il conflitto sociale che, non solo in Italia, promanava dal ’68 metteva in crisi i fondamenti stessi della dottrina keynesiana dello Stato sociale che, operando una certa redistribuzione del reddito, manteneva entro confini accettabili l’antagonismo sociale, al prezzo di qualche buona riforma. La crisi economica globale aveva mostrato in tutta la sua nudità questo buon sovrano, e messo all’ordine del giorno il suo superamento. Il Pci, prigioniero delle politiche del compromesso storico e impegnato a dimostrare l’affidabilità nella gestione della crisi, rispondeva invece con la politica dei sacrifici sancita sul piano sindacale dalla “svolta dell’Eur”, la scelta della Cgil di accettare il taglio del salario per favorire la ripresa economica e su quello governativo dal piano Pandolfi del 1978 con cui il governo Andreotti varò un generale taglio alla spesa pubblica: i costi della crisi (in primo luogo gli alti tassi di disoccupazione) venivano scaricati sui lavoratori, ai quali si chiedeva di accettare le politiche di licenziamento, di mettere in secondo piano le proprie rivendicazioni (scaglionamento dei miglioramenti contrattuali, revisione «da cima a fondo» del meccanismo di Cassa integrazione), e di accettare l’idea che il salario dovesse essere considerato una «variabile dipendente». Pci e sindacato non riuscivano a comprendere che il declino della pianificazione statale si traduceva nell’uso politico della crisi; non coglievano il significato di quelle politiche di ristrutturazione capitalistica – allungamento delle linee di produzione, automazione, delocalizzazione – che già alludevano al capitalismo di fine secolo, ed anzi le assecondavano; e non comprendevano il mutamento profondo della composizione sociale dei movimenti cui alludeva il dislocamento del conflitto dalla fabbrica all’intero territorio metropolitano – e dunque dalla giornata lavorativa alla qualità dell’intera vita.

Che fosse concepibile una vita liberata dal dominio del lavoro salariato e dalle determinazioni economiche; che ci fosse vita, oltre l’orizzonte della fabbrica; che questa vita venisse non solo teorizzata, ma praticata in stili di condotta collettivi e comunitari; che nuovi soggetti sociali producessero forme di lotta innovative e trasversali; che a tutto questo si accompagnasse una riflessione teorica all’altezza della sfida: questo, il partito di Berlinguer, il sindacato di Lama e la procura di Calogero non potevano accettarlo, e neanche concepirlo. Emblematica era la riduzione a scena indiziaria di un futuro crimine la cena nella quale era presente, assieme a Bevere (fondatore e direttore della rivista Critica del diritto), Toni Negri (che con Critica del diritto collaborava) e sua moglie Paola, e il giudice Alessandrini. Ai giornalisti de l’Unità, non passò per la mente che attorno a una rivista che praticava la critica del diritto magistrati e militanti che avevano a cuore le lotte in fabbrica e i conflitti sociali potessero incontrarsi e discuterne, socializzando conoscenze e punti di vista – magari a partire dalla comune lettura di Boris Pasukanis, il giurista sovietico che ha analizzato l’interazione tra diritto e capitalismo. Interpretare quelle discussioni conviviali come paralipomena dei Demoni di Dostoevskij è una chiave di lettura più comoda e ammiccante, efficace se si vuol credere che ogni manifestazione di conflitto radicale – condivisibili o meno che fossero – sia causata da alieni e non sia riconosciuta come originata da una storia comune: persino quando, come nel caso di una delle componenti del brigatismo, i marziani provenivano dallo stesso album di famiglia del Pci e ne conservavano le peggiori tare terzinternazionaliste, senza neanche far la fatica di tagliarsi i baffoni.

D’altro canto, la messa in relazione, in comune, delle pratiche era un tratto costitutivo di quel movimento: con buona pace di Nadia Urbinati, che si è figurata «una visione liberale e individualista», peraltro contraddetta dalle sue stesse citazioni dei giornali di movimento. Che la dimensione orizzontale di quel movimento fosse reticolare e comunicativa, informativa e territorializzante, lo avevano purtroppo ben presente le procure e le forze della repressione, che nei mesi seguenti, anche grazie alle diversamente spontanee e veritiere “confessioni” dei pentiti, riuscirono a disarticolare quelle reti: basti ricordare la distruzione del circuito delle librerie Punti Rossi, delle quali furono imprigionati – individuati con chirurgica precisione – i responsabili locali, ma gli stessi lettori (la sola Libreria Calusca di Milano nel giro di un anno si trovò ad avere in rubrica, 681 arrestati), la chiusura della Cooperativa Ar&a di Primo Moroni e Nanni Balestrini, una struttura editoriale che riuniva tante realtà editrici autogestite in grado di contrapporsi alla grande distribuzione editoriale, la fine del circuito musicale che ruotava attorno alla Cramps Records.

Negli anni di carcere preventivo, prima ancora che il processo fosse non solo celebrato ma istruito e che i capi d’accusa venissero formulati con precisione, i detenuti del 7 aprile costituivano in carcere quell’esperienza di messa in comune dei saperi che fu la “Università di Rebibbia”, tesa fra L’anomalia selvaggia di Negri e Convenzione e materialismo di Paolo Virno, due fra i testi più importanti (certamente i due più inattuali) degli anni Ottanta, attraverso i quali l’esperienza dell’autonomia e del (post-)operaismo si è prolungata fino ad oggi. Ha un valore non solo simbolico che nel quarantennale di quella persecuzione sia tradotto in Italia Assemblea di Negri e Hardt – a riprova che il tentativo di impedire a quel cervello collettivo di pensare è fallito.

Se un’immagine deve suggellare l’interezza di questa oscena storia di inquisizioni e “colonne infami”, valga allora ricordare, attraverso uno dei suoi attori, cosa significava la libertà per quei militanti: il 12 giugno 1984 Luciano Ferrari Bravo, «mentre attendeva, dopo cinque anni e mezzo di galera preventiva, una sentenza che avrebbe potuto condannarlo a decine di anni di reclusione, invece di farsi tradurre in catene al tribunale, restò a Rebibbia, sereno di una serenità filosofica, a giocare una serissima partita a tennis» (Sandro Chignola, Foucault oltre Foucault, DeriveApprodi, 2014, p. 189). Testimone socratico della verità, Ferrari Bravo non poteva allora sapere che proprio in quella primavera Foucault aveva concluso i suoi corsi, mentre la morte si approssimava, parlando del coraggio della verità e della filosofia cinico-stoica come militanza filosofica «nel mondo e contro il mondo […]: la vita vera come vita altra, come una vita di lotta, per un mondo cambiato».